Il tempio preistorico di Monte d’Accoddi, un monumento unico in Europa

di Ilaria Montis

Condensare in poche righe la straordinarietà del sito di Monte d’Accoddi non è facile. Ci tengo perché oltre a essere uno dei siti più eccezionali che la Sardegna preistorica ci ha lasciato in eredità, c’è da dire che proprio a causa della sua unicità non è raro trovare informazioni imprecise e spesso fuorvianti. Infatti mi è capito più volte di vederlo definito come “ziqqurat babilonese”. Se penso che almeno sotto certi punti di vista l’accostamento alle ziqquart mespotamiche abbia senso, precisiamo innanzitutto che Babilonia, quando fu costruito il primo tempio di Monte d’Accoddi, forse non era nemmeno stata fondata (poiché la fondazione risale agli ultimi secoli del 3 millennio a.C. , ma è solo nei secoli successivi, a cavallo tra terzo e secondo millennio che diventerà la potenza egemone nella Mesopotamia meridionale). In secondo luogo definendola in tal modo qualcuno potrebbe pensare che questo tempio che non ha eguali (almeno per quanto ci è dato di sapere ora) nell’Occidente mediterraneo sia stato fondato da babilonesi, e questo è quanto meno, molto, molto improbabile.

Ma andiamo con ordine. Gli scavi archeologici nel sito di Monte d’Accoddi hanno dimostrato che l’area era occupata da un villaggio abitativo fin dal Neolitico Recente, dunque già attorno la metà del 4 millennio a.C. In questo villaggio si trovava già un’area sacra, a cui vengono attribuiti il grande menhir (e gli altri menhir nelle immediate vicinanze) che oggi si trova a fianco alla rampa di accesso alla sommità del monumento, e la grande lastra-altare in pietra (o quella che ora giace a pochi metri, da taluni studiosi ritenuta l’altare più antico). Non è chiaro, ma è probabile che a questa fase appartenessero anche le due grandi sfere in pietra, solitamente interpretate come omphalos o uovo cosmico.

Il primo tempio o altare a terrazza di Monte d’Accoddi venne costruito probabilmente nei secoli a cavallo tra il quarto e il terzo millennio a.C. Era costituito da un unico gradone con cima il tempio, al quale si accedeva tramite una rampa. Gli scavi hanno mostrato che il tempio era intonacato di rosso, e per questo è stato denominato “Tempio Rosso”. Dopo qualche secolo, attorno al 2800 a.C., un grande incendio, che coinvolse il tempio e il villaggio, di cui gli scavi hanno rilevato le tracce, fu la causa della distruzione di questo tempio, che poco dopo venne ricostruito, più grande e monumentale, inglobando completamente i resti della fase più antica. I resti del monumento oggi visibili appartengono a questa fase, sebbene ciò che in realtà vediamo oggi sia il frutto degli interventi di restauro e parziale ricostruzione del monumento risalenti agli anni ottanta e da taluni criticati in quanto ritenuti eccessivamente arbitrari. Questo fa riflettere ma a mio parere non scalfisce il fascino e l’importanza di un’area sacra unica.

Poichè la tipologia del tempio troncopiramidale a gradoni è sconosciuta nel resto dell’Europa e nell’intero bacino del Mediterraneo, esso giustamente è stato accostato, come concezione, alle ziqqurat della Mesopotamia, gli enormi e spettacolari templi a gradoni dedicati alle divinità protettrici delle città stato sumere a accadiche.

Nulla vieta anche di pensare che ci sia stato anche qualche contatto diretto, o mediato, attraverso cui l’idea del tempio a gradoni possa essere arrivata in Sardegna, ma non è assolutamente detto, poiché la forma del tempio troco-piramidale si sviluppa sulla Terra in relazione a diverse civiltà anche lontanissime nello spazio e nel tempo. L’accostamento tuttavia presenta anche l’elemento della cronologia a suo favore e indubbiamente è molto suggestivo.

Servendoci di questo accostamento potremmo anche avanzare delle ipotesi sul significato di questo eccezionale monumento. Il significato delle ziqqurat in Mesopotamia era, molto semplicemente, quello di collegare la terra al cielo: una grande base sulla terra, ma slanciata verso il cielo, attraverso l’altezza imponente di queste costruzioni (ben più alte del nostro tempio di Monte d’Accoddi), e la rampa con scalinata, simbolo dell’ascesa verso il cielo, al culmine del quale si trovava il tempio, luogo sacro in cui questa unione di terra e cielo si celebrava attraverso l’officio dei sacerdoti e sacerdotesse.

Ma torniamo a Monte d’Accoddi. Le ricerche archeologiche hanno restituito molti reperti che possono essere accostati a quello che genericamente viene definito “Culto della Dea Madre” e che è alle base delle prime concezioni spirituali dell’Europa e del Mediterraneo, nella quale la Sardegna è perfettamente inserita. Frammenti di statuine, e ben due stele in pietra scolpite rimandano senza equivoci a questo tipo di religiosità ancestrale, legata alla terra e al principio femminile.  Quello che chiamiamo “Culto della Dea Madre” era un sentire che venerava e onorava gli aspetti divini legati alla creazione della vita, con i misteri della nascita e della morte. Vita di cui si riconosceva l’aspetto ciclico che si rispecchiava in ogni forma di vita: da quella umana e animale a quella delle piante, fondamentali per il sostentamento delle comunità umane. La ciclicità femminile era naturalmente associata anche a quella della Luna, poiché gli antichi erano capaci di vedere il nesso e il collegamento tra i cicli lunari e quelli degli esseri viventi.

Nonostante i tantissimi dati che le ricerche archeologiche hanno messo in luce, come di consueto sono anche tanti gli interrogativi che restano aperti, ad esempio: come mai non ci sono altri templi con questa forma, nonostante il tempio di Monte d’Accoddi sia il fulcro di un villaggio che per tutto il resto presenta tutte le caratteristiche conosciute da altri villaggi dello stesso periodo in Sardegna?

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ATTENZIONE!! chiusura adesioni 20/09/2019