Area_archeologica_di_Pranu_Muttedu_-_Menhir_01Il sito di Pranu Muteddu, nei pressi di Goni, in provincia di Cagliari, si estende in una vasta area dove, all’ombra di antiche querce, ancora oggi numerosi menhir sembrerebbero fare da guardiani a quella che è un’area sacra e cimiteriale risalente al periodo finale del Neolitico, periodo che normalmente si data a cavallo tra il quarto e terzo millennio a.C. (3200-2600 a.C.)

Una delle particolarità del sito è proprio il gran numero di menhir, disposti in allineamenti, singoli, coppie e triadi e che in totale ammontano a circa una sessantina, si tratta cioè del sito che assieme al sito di Biru e Concas a Sorgono (che dovrebbe contare circa 110 esemplari), ha restituito più menhir in tutta la Sardegna e, sebbene non possiamo sapere con precisione quanti fossero in orgine né se ci fossero altri siti con queste caratteristiche, il dato di per sé è notevole.

Area_archeologica_di_Pranu_Muttedu_01Degni di particolare attenzione sono però anche i monumenti funerari che caratterizzano l’area, ovvero i circoli tombali megalitici, abbastanza rari in Sardegna, i cui i confronti più noti si trovano in Gallura nella zona di Arzachena, confronti che non riguardano solo la tipologia tombale ma anche la cultura materiale, ovvero i reperti rinvenuti. Oltre a questi monumenti funerari sono presenti anche alcune domus de janas, contemporanee ai circoli megalitici in una rara compresenza di megalitismo e ipogeismo nello stesso sito. Questo fatto, seppur raro (ma non certo unico) non dovrebbe stupire più di tanto, in quanto ormai sappiamo che entrambe le tipologie funerarie risalgono allo stesso periodo e erano utilizzate dalle popolazioni che vivevano in Sardegna nella fase finale del Neolitico, note in archeologia come popolazioni di “cultura Ozieri”.

Megalitismo è un termine utilizzato negli studi preistorici per indicare opere architettoniche eterogenee per tipo e funzione accomunate dal fatto di essere realizzate con il posizionamento e la messa in opera di grossi blocchi di pietra.

La più semplice manifestazione del megalitismo, nonché probabilmente la più antica, è il menhir, in sardo “perda fitta” ovvero una grossa pietra di proporzioni allungate infissa verticalmente nel terreno. I menhir sono presenti in tutta la Sardegna, in numero di circa 740 esemplari oggi noti. Molti studiosi son concordi nel riconoscere nei menhir delle rappresentazioni schematiche e astratte della figura umana, probabilmente anche con altre valenze simboliche. Una prova a favore di questa interpretazione sarebbe il fatto che essi sembrerebbero evolvere gradualmente dal cosidetto tipo aniconico (ovvero senza alcuna iconografia, ovvero senza nessuna rappresentazione esplicita) al tipo “protoantropomorfo” in cui le caratteristiche umane sono appena accennate, alle più tarde statue-menhir, nelle quali la rappresentazione umana non può essere messa in discussione e dove troviamo elementi anatomici delle figure umane, maschili e femminili, e altri dettagli rappresentati, come vestiario e armi.

In questa classificazione molti dei menhir di Goni, accuratamente sagomati e lavorati a martellina, rientrerebbero in gran parte nel tipo “protoantropomorfo”. Questa interpretazione ha permesso di fare un ulteriore passo interpretativo, con il quale si è visto nei menhir la rappresentazione degli antenati, antenati che in qualche modo garantivano la continuità di passato e presente legittimando le comunità e al tempo stesso proteggendole e definendone gli spazi, anche se non possiamo avere alcuna certezza sulla correttezza di queste interpretazioni. A mio parere in ogni caso sarebbe limitante vedere nei menhir solo un modo di definire spazi e confini tra le comunità umane, per quanto intriso di significati simbolici. E sebbene a priori non si possa escludere nulla, trovo più sensato riconoscere in primo luogo il valore simbolico e spirituale di questi monumenti, indipendentemente dal fatto che essi rappresentino o meno gli antenati, cosa che sembra abbastanza plausibile, e che comunque non esclude una pluralità di significati simbolici. Personalmente, così come già sostenuto da altri, se dobbiamo ipotizzare una funzione prevalente propendo più per identificarla nella definizione di uno spazio sacro (e non genericamente un territorio abitato da una comunità) e per attribuire ai menhir una probabile funzione protettiva e di indicatori, segnali (vedi ad aesempio la loro presenza agli ingressi delle tombe); nel caso degli allineamenti poi mi sembra anche plausibile, la definizione di percorsi con valenza sacra, cultuale e cerimoniale.

Studi archeoastronomici hanno messo in evidenza come fin dal Neolitico moltissimi monumenti siano, in Sardegna come altrove in tutto il mondo, costruiti con una particolare cura rispetto all’orientamento astronomico degli ingressi e degli elementi caratterizzanti, ovvero come il loro orientamento non sia casuale ma risponda alla necessità di allineare i monumenti rispetto a determinati fenomeni celesti.

I monumenti di Pranu Mutteddu a questo proposito non fanno eccezione: l’allineamento di menhir più lungo, che comprende venti menhir, è allineato infatti lungo l’asse est-ovest, ovvero con il sorgere e tramontare del Sole, per la precisione agli equinozi. É stato notato poi che anche l’orientamento degli ingressi delle tombe megalitiche segue un criterio che è coerente sia con le tombe della stessa necropoli (con solo un’eccezione) sia con quelle della necropoli di Li Muri, che nonostante la distanza geografica e le immancabili differenze è comunque dal punto di vista archeologico uno dei confronti più stringenti per il complesso monumentale di Goni. Gli ingressi di queste tombe monumentali guardano infatti al sorgere, al levare e al culminare del Sole.

Sul significato preciso da attribuire a questa scelta non abbiamo alcuna certezza, ma non può essere negata l’importanza per i costruttori di questi monumenti funerari, di stabilire una connessione, simbolica, spirituale con il Sole, da sempre considerato (e a ragione) dagli esseri umani la sorgente della vita, simbolo per eccellenza della rinascita e quindi dell’eterno ciclo della vita, morte e rinascita.

Area_archeologica_di_Pranu_Muttedu_-_La_Triade_01Le tombe megalitiche di Goni si caratterizzano per la loro monumentalità: originariamente coperte da un tumulo di terra, le camere funerarie sono circondate da due o tre circoli concentrici formati da lastre litiche. Le camere presentavano un ingresso a corridoio con ortostati, mentre la planimetria interna è diversificata. Nell’esempio più monumentale, la tomba n.2 la camera è scavata con particolare cura in un unico blocco monolitico, riprendendo quindi elementi tipici delle domus de janas. Notevole è anche la tomba V, soprannominata Nuraxeddu. Abbinati ai circoli megalitici abbiamo anche uno o più menhir, particolarmente imponente quello che troviamo a fianco dell’ingresso della tomba 2, forse a voler rappresentare un guardiano della tomba. Particolarmente degno di nota anche l’allineamento di tre menhir presso la tomba IV detta la triade.

Le tombe erano singole o collettive, e nonostante le antiche violazioni hanno comunque restituito importanti reperti che hanno permesso di attribuirle senza dubbio alla Cultura di Ozieri nella sua fase finale.

Area_archeologica_di_Pranu_Muttedu_-_Domus_de_janas_02Più a sud si trovano invece le domus de janas, note in numero di 5, di cui 4 scavate in un unico bancone roccioso, denominato Genna Accas, nelle cui immediate vicinanze si trovano 3 circoli di pietre, solitamente definiti “circoli cultuali” il cui significato preciso ci sfugge, ma che è, data la vicinanza dei monumenti funerari, certamente da attribuire alla sfera della spiritualità e di conseguenza funzionali ai rituali e cerimonie in onore dei defunti o anche forse delle divinità o principi divini adorati dagli antichi costruttori.

Per concludere, il sito di Pranu Mutteddu rappresenta davvero un esempio di area funeraria e sacra di eccezionale complessità, che riflette il livello culturale e spirituale degli antichi costruttori, e che ancora oggi ci suscita stupore e ammirazione per la maestria e la cura con cui l’intero complesso è stato concepito e costruito, nonostante i resti che oggi possiamo ammirare non rendano piena giustizia di quello che doveva essere questo grande complesso sacro all’epoca della sua realizzazione e frequentazione.

Ilaria Montis

 

Bibliografia :

E. Atzeni-D. Cocco, “Nota sulla necropoli megalitica di Pranu Mutteddu-Goni”, in La Cultura di Ozieri. Problematiche e nuove acquisizioni, Ozieri, Il Torchietto, 1989, pp. 201-216.

M. Perra, “Simboli, antenati e territorio: per un’interpretazione del fenomeno dei menhir e delle statue-menhir della Sardegna” in XLII Riunione scientifica dell’I.I.P.P. L’arte preistorica in Italia. Trento, Riva del Garda, Val Camonica, 9-13 ottobre 2007, Preistoria Alpina, 46 II (2012): 275-280.

S. Merella, I menhir della Sardegna, Sassari 2009

A. Figueiredo, L. Oosterbeek, et al. “The architecture evolution in pre-history: The MOMENT PAST project’.” (2005).

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