
Solstizio d’estate: fenomeno luminoso in un Nuraghe (foto web)
Se qualcuno si chiede che senso possa avere oggi nel 2016 celebrare il Solstizio d’Estate, questo articolo, senza pretesa di esaurire la vastità dell’argomento, intende fornire alcuni spunti che il lettore potrà liberamente approfondire.
Innanzi tutto è importante ricordare che il Solstizio non è una festa inventata arbitrariamente dall’uomo, ma è un fatto concreto, un momento preciso che risponde a leggi naturali cosmiche che coinvolgono la Terra e il Sole in un rapporto di perfetta armonia, rispetto al quale l’uomo, come creatura terrena, è intrinsecamente connesso. Perché attraverso questo rapporto è possibile la sua esistenza terrena.
E il solstizio d’estate, in quanto momento astronomico in cui il Sole culmina allo zenith, trovandosi quindi nel punto più alto del cielo, è il fenomeno naturale attraverso cui si manifesta la potenza della luce del Sole nel giorno più lungo dell’anno, con ben 15 ore di luce.

Malta, tempio di Mnajdra
L’ uomo antico, naturalmente connesso ai cicli e ai ritmi naturali e grande osservatore dei fenomeni celesti, era ben cosciente di questo, e in tutto il pianeta eresse migliaia di luoghi sacri orientati con il Solstizio (alba, zenit, o tramonto). Tanto è vero che la celebrazione del solstizio d’Estate è qualcosa che accomuna praticamente qualsiasi civiltà e cultura umana, ovvero è qualcosa che potremmo definire universale e che è talmente radicata nella coscienza collettiva dell’essere umano che non si è mai arrestata, attraversando i millenni e giungendo sotto varie forme fino a oggi. Nella cultura cristiana infatti troviamo l’eredità delle antiche feste del solstizio pagane nelle celebrazioni di San Giovanni.

Celebrazione del Solstizio d’estate a Stonehenge
In tutto il mondo ancora oggi sono sopravvissute tradizioni antichissime in relazione al Solstizio e sebbene distratti dalla frenesia della società moderna assistiamo ovunque a migliaia di eventi, di ogni tipo, tradizionali o del tutto nuovi, organizzati per celebrare, oggi come un tempo, questo momento. Cosa intendiamo per celebrare?
Celebrare significa onorare, rendere solenne un momento, essere consapevoli della sua importanza ed esserci con tutta la nostra presenza. Da tempo immemore l’intento celebrativo è stato attuato attraverso cerimonie e rituali, prima probabilmente di tipo più spontaneo, poi (già in tempi antichissimi) istituzionalizzati. Le antiche feste e cerimonie che son giunte fino a noi attraverso le trasformazioni avvenute nel tempo, cariche del significato che i secoli hanno contribuito a cementare, hanno una solennità e una forza a cui difficilmente si resta indifferenti, indipendentemente dalle proprie credenze religiose. Questo per far capire come i rituali collettivi istituzionalizzati nei secoli siano stati efficaci nel condensare significati unendo le comunità nella celebrazione di particolari eventi e momenti.
Nonostante questo innegabile fascino delle feste antiche, e concordi con l’importanza della preservazione di alcune di queste tradizioni, sono del parere (mio personale) che per celebrare un evento importante oggi non sarebbero più necessarie cerimonie e rituali. Non sono più necessari sacerdoti autorizzati. Almeno per chi si riconosce in una spiritualità libera priva di dogmi e regole dettate dall’alto. Si può celebrare qualcosa anche nella semplicità di una meditazione o nell’ascolto, o con qualche gesto rituale o pratica personale a cui attribuiamo uno specifico significato, essendo coscienti di cosa si sta facendo e perché. Potremmo farlo ovunque e anche da soli e anche una celebrazione di questo tipo ha senso. Allora perché riunirsi, organizzare, recarsi in luoghi antichi e particolari? Che senso ha oggi? Certo è che, come ci insegnano gli antichi, riunirsi in gruppo con un intento celebrativo comune dà maggior forza e solennità a ciò che si sta facendo, che automaticamente ha anche un impatto maggiore sia individualmente che collettivamente. La risonanza tra le persone amplifica esponenzialmente la manifestazione fisica dell’intento. Non c’è bisogno per forza che il gruppo sia chiuso e si identifichi in una religione, una scuola iniziatica, o quant’altro. Basta che ci si riunisca con un intento comune. E se c’è l’intento anche un prato o una spiaggia o qualsiasi luogo vanno bene. Vero è anche che per esempio in occasione del Solstizio, andare in un luogo particolare, scelto appositamente per la sua connessione a questo fenomeno, come può essere nel caso di antichi edifici sacri orientati astronomicamente oppure luoghi che hanno una connessione anche solo simbolica con esso, aggiunge ulteriore forza e sacralità all’atto celebrativo, potremmo dire che in parte questo effetto è dovuto al fatto che siamo coscienti che qualcuno migliaia di anni fa ha costruito qualcosa, dando particolare a questo fenomeno e possiamo ipotizzare ragionevolmente che in occasione di esso si svolgessero rituali e cerimonie, anche se ormai non possiamo ricostruirne i dettagli. Si pensi solo alle tantissime persone che si recano in questo giorno a Stonehenge, antichissimo tempio megalitico progettato secondo allineamenti solstiziali. In Sardegna negli ultimi anni assistiamo a un fenomeno simile sebbene in proporzioni ridotte: tantissime persone che si recano nei diversi nuraghi e pozzi sacri dove grazie all’accurato orientamento voluto dagli antichi costruttori, è possibile osservare particolari fenomeni luminosi dati dall’interazione tra i raggi solari e le architetture. Assistere a questi fenomeni ha qualcosa magico, un grande fascino che conquisterebbe anche la persona più scettica a razionale. Assistiamo all’unione tra la terra e cielo attraverso la luce. Non solo ma chi ha familiarità con la meditazione, e le pratiche spirituali che coinvolgono le energie sottili potrà fare esperienze molto interessanti e del tutto personali.
Veniamo dunque alla domanda del titolo: che senso ha per noi moderni celebrare il solstizio d’Estate? Ci sarebbe un numero infinito di risposte da dare.. mi limito a fare alcune osservazioni e se volete aggiungere le vostre, vi invito a commentare qui sotto.
Come dicevo all’inizio dell’articolo, l’essere umano è intrinsecamente interconnesso alla Terra, al Sole e ai cicli della Natura. Ne è parte. Anche se la nostra moderna civiltà e la nostra tecnologia esteriore spesso ci fanno dimenticare questo assunto di base, esso non è per questo meno vero. Quello che per gli antichi era una banalità, e forse neanche ci si pensava da quanto era scontato, non avendo tutte le “distrazioni” che abbiamo noi, tutto ciò che ci ha portato talmente lontano da non essere più in grado nemmeno di percepire i cicli naturali del nostro corpo, per noi è qualcosa che dobbiamo ricordare, ripescare nei meandri del nostro essere più autentico al di là della stratificazione delle maschere sociali e delle sovrastrutture della nostra mente.
Siamo parte della natura, interconnessi con tutto ciò che ci circonda. Il perfetto funzionamento dell’Universo permette la nostra esistenza. Sulla Terra il Sole permette la vita. Quante volte al giorno ce lo ricordiamo? Il Solstizio è il momento del trionfo della luce, in cui celebrare la vita, in cui essere grati a essa, è, come dicevano gli antichi, una porta, ovvero un momento di trasformazione in cui poterci purificare lasciando andare cosa non ci serve più, entrando nella stagione dell’estate, il momento per ristabilire in modo forte il contatto con la natura e per ricordarci quale è il nostro posto nell’Universo. Per manifestare ciò che siamo.
Per me queste semplici considerazioni bastano per celebrare questo momento in tutta la sua forza e sacralità, ma se ciò non bastasse, possiamo voltarci indietro per scoprire gli innumerevoli significati metafisici che gli antichi riconoscevano al Solstizio.
In tutte le antiche tradizioni questa era infatti una giornata sacra. Il giorno del solstizio, che letteralmente significa “sole stazionario” è come se il tempo si fermasse, perché il Sole giunto al termine della sua corsa ed essendo arrivato nel punto più elevato, vi sosta per qualche giorno prima di ricominciare il moto verso il declino. Questo fenomeno puramente astronomico, se è vero che “come in cielo così in terra” acquista dal punto di vista simbolico un grande significato, che ha a che fare con l’eterno ciclo della vita, della morte e della rinascita. Non solo, è il momento in cui possiamo ricevere al massimo la potenza dell’energia solare, sia direttamente dalla luce del sole, sia tramite la Terra che viene caricata anch’essa dal Sole.
Oltre al fuoco, l’altro elemento del Solstizio d’Estate è l’acqua, il Sole infatti subito dopo il solstizio entra nella costellazione del cancro, segno d’acqua. Molte tradizioni oltre ai riti purificatori col fuoco prescrivevano infatti bagni purificatori nelle acque sacre di fiumi e laghi. Questa unione di fuoco e acqua, di Sole e Luna, rappresenta l’equilibrio degli opposti, maschile e femminile rappresentati dalla tradizione romana con il Giano Bifronte, che tiene il bastone e la chiave.
La tradizione che assegna un potere particolare a questi giorni è rispecchiata anche nell’usanza di raccogliere le erbe con cui realizzare potenti rimedi di guarigione e protezione e la famosa acqua di San Giovanni, tradizione presente un po’ ovunque e avente radici sicuramente precedenti l’era cristiana.
So bene che questi argomenti meriterebbero un maggiore approfondimento, ma spero che anche questi brevi accenni siano bastati per fare un po’ di chiarezza sull’importanza della giornata del Solstizio. Del resto se ci affidiamo unicamente alla nostra intuizione e all’ascolto dei sensi del nostro corpo possiamo percepire l’elevata vibrazione di queste giornate e le frequenze che salgono, dopo giorno, verso il clou rappresentato dal Solstizio, che quest’anno cade il 20 Giugno.
Ilaria Montis