di Ilaria Montis

Siamo abituati a concepire la storia dell’uomo, dalle origini a oggi, come un susseguirsi di lente conquiste verso la civiltà, verso la razionalità, verso un sapere tecnico e scientifico che nel corso dei millenni avrebbe migliorato la nostra vita.

In altre parole immaginiamo la storia dell’uomo come un’evoluzione necessariamente in positivo, per cui gli antichi sono tanto più “evoluti” e degni di interesse quanto più hanno fatto cose che assomigliano (o crediamo assomiglino) a quelle che facciamo noi. Giudichiamo quindi le loro azioni come un preannuncio delle nostre grandi (crediamo) conquiste.

Quanti di noi si rendono conto che questo è solo uno fra gli illimitati modi di vedere che avremmo teoricamente a disposizione? e quanti si rendono conto che questo questo modo di vedere è semplicemente frutto di un condizionamento socioculturale che ha dei limiti spazio temporali ben definiti e irrisori rispetto all’enormità della storia dell’essere umano?

Soltanto comprendendo quanto sia insignificante il “nostro” punto di vista, possiamo distaccarcene e assumerne altri, diversi e perchè no? magari anche in constrasto fra loro. Temporaneamente e senza legarci per forza a essi, in altre parole senza farne un credo. Essere capaci di assumere diversi punti di vista senza identificarci più in nessuno è un gioco che potrebbe permetterci di sperimentare una visione e una comprensione più ampia di ciò che vogliamo osservare.

Provocatoriamente ad esempio potremmo quindi considerare la storia dell’uomo non come storia di conquiste tecniche di cui andare fieri, o come la successione di determinate culture a discapito di altre, ma come la lunga storia della creazione di sovrastrutture mentali che ingabbiano sempre più l’intelletto a partire da un’originaria e mitica libertà (non sappiamo quanto in realtà mai esistita).

Oltre ai bisogni primari, biologici, legati alla sopravvivenza, fin dalla notte dei tempi l’uomo ha cercato l’unione con il divino, con la Dea/Dio, ovvero il senso dell’esistenza umana, sentendosi forse parte di qualcosa di più grande. Fin dal Paleolitico abbiamo prove archeologiche di azioni che possono essere ricondotte alla sfera del sacro e a ciò che chiamiamo “spiritualità“, forse perfino prima della nascita di quello che chiamiamo “uomo moderno”, ovvero la specie a cui apparteniamo.

La Spiritualità, per quello che ne sappiamo oggi, potrebbe benissimo essere qualcosa insita nella natura umana esattamente come il nutrirsi e il riprodursi e il comunicare con gli altri esseri. Il fenomeno che chiamiamo spiritualità è qualcosa che non può essere spiegato e compreso in profondità ricorrendo a logiche esclusivamente materialistiche, ovvero vedendolo solo come legato a una serie di azioni e credenze rivolte in modo strumentale al raggiungimento di benefici materiali o presunti tali, a vantaggio di qualcuno o collettivi.

Piuttosto la spiritualità si giustifica di per sè, come risposta a un bisogno profondo di ricerca di senso, di ricerca della verità, insito nella natura umana, che solo secondariamente si intreccia a istanze sociali, politiche e economiche dando adito a quello che sono le religioni strutturate, antiche e moderne.

Indagare sulle forme più ancestrali di spiritualità è oggi un’operazione non semplice, un processo a ritroso, un togliere strato dopo strato per scoprire cosa c’è in fondo e cosa accomuna popoli e civiltà distanti e diversi fra loro, e cosa ancora oggi ci portiamo dentro di tutto questo, nascosto molto in profondità. Un’operazione sicuramente intrigante che proveremo a condurre con gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione e con la mente libera il più possibile dai pregiudizi ereditati.

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