di Ilaria Montis

Era il lontano 2003, avevo 23 anni e mi trovavo nella Torre dell’Orologio in Piazza dei Cavalieri a Pisa, altrimenti nota come “Torre del Conte Ugolino”. Chi ha studiato a Pisa sa che in quell’antica torre si trova una buona parte dell’immensa biblioteca della Scuola Normale Superiore.

A quel tempo passavo li la maggior parte delle mie giornate, intenta a scrivere la mia tesi di laurea, una classificazione tipologica delle urne cinerarie del Tofet di Sant’Antioco.

Dopo aver passato molti mesi tra cassette di cocci impolverate, ora era il momento di sistemare tutti i miei dati e scrivere. Realizzai il mio primo database. Le domande su come procedere per realizzare uno

studio il più possibile “oggettivo”

erano tante e mi si affollavano in testa.

Cercando i libri che mi servivano negli immensi scaffali mi imbattei nel libro “Archeologia Analitica” dell’archeologo inglese David Clarke, scritto alla fine degli anno 60’ e già datato all’epoca, ma comunque affascinante.

Mi divorai il libro. Mi attraeva l’idea che i teorici del metodo archeologico cercassero delle vie per fare dell’archeologia una disciplina oggettiva. Grande enfasi era posta sull’analisi dei dati quantitativi e geografici, i sistemi, l’uso di metodi propri della statistica e l’elaborazione di modelli per spiegare processi complessi.

Tuttavia persino lo stesso Clarke riconosceva i fattori condizionanti e i limiti dell’archeologia. In primo luogo i fattori socioculturali del tempo in cui si svolge una ricerca e le tendenze proprie della tradizione locale di studi.

L’archeologia è una disciplina umanistica perché il suo oggetto di studio è l’essere umano. Il suo compito è ricostruire le società antiche e la loro storia, sulla base principalmente di dati materiali e di fonti complementari a essi quando disponibili.

La ricerca archeologica si è sforzata in passato di individuare procedure corrette e standard per il recupero dei dati, procedure che tendono il più possibile all’oggettività ma non possono definirsi totalmente oggettive. Anche le procedure tuttavia, non sono immutabili ma cambiano e migliorano nel tempo.

Il metodo stratigrafico

è a tutt’oggi il metodo universalmente applicato (o almeno lo è in teoria) per gli scavi archeologici.

Nei primi anni 2000 mi trovavo a Nora, durante uno dei miei primi scavi, dove ebbi la fortuna di avere ottimi insegnanti sul campo. Non ricordo chi esattamente pronunciò questa frase, ma come altre, mi rimase marchiata a fuoco nella mente:

“c’è una teoria dello scavo e un metodo preciso che cerchiamo di applicare in modo rigoroso, ma nessuno può garantire che due archeologi diversi scaverebbero lo stesso contesto nello stesso modo interpretandolo nello stesso modo”.

E questo lo sa bene ogni archeologo degno di questo nome.

Quindi la soggettività in archeologia inizia fin dal momento dello scavo,

che richiede delle scelte strategiche precise, dato che per ovvi motivi è quasi impossibile scavare integralmente un sito. Queste scelte condizionano in modo irreversibile l’andamento dello scavo.

Inoltre la fase interpretativa, in cui la dose di soggettività è ancora più importante, non può essere relegata completamente a un momento successivo alla fase di scavo, ma inizia in corso d’opera e molto spesso determina e condiziona l’andamento dello stesso.

Ne deriva che se si interpreta non correttamente ciò che si sta scavando, questo può portare la perdita irreversibile di molti dati.

Inoltre, lo scavo in sé è una procedura irreversibile e quindi non può essere sottoposto a verifiche successive una volta avvenuto.

Una metafora efficace per descrivere la procedura dello scavo archeologico infatti è anche descriverla come la lettura di un libro di cui le pagine vengono bruciate man mano che vengono lette.

Per questo documentare tutto quello che avviene durante uno scavo è così importante. E come il tutto viene documentato ha un’ulteriore dose di soggettività.

Chiaramente più una problematica è nota e più è possibile comparare il caso specifico con altri simili, minore sarà il grado di soggettività dell’interpretazione.

In teoria, se la fase di scavo e documentazione è stata svolta a regola d’arte,

ovvero in modo più preciso e corretto possibile, con dati completi e a disposizione di chi sullo scavo non c’era, è possibile rileggere il tutto e eventualmente fornire un’interpretazione diversa.

In linea teorica dovrebbe essere sempre previsto che i dati possano essere reinterpretati in un futuro X alla luce di nuove e più complete conoscenze.

In pratica, però noi archeologi dobbiamo ammettere quella che è una grossa piaga dell’archeologia moderna,

ovvero che spesso i risultati degli scavi non vengono pubblicati o comunque non sono pubblicati in modo integrale, togliendo quindi in gran parte la possibilità di reinterpretare quei dati, o anche semplicemente di conoscerli.

Alla luce di tutto questo possiamo affermare che l’archeologia è una scienza oggettiva?

Naturalmente in archeologia esistono prove che possono essere definite incontrovertibili, ma si limitano al riconoscere un dato oggettivo.

Ad esempio prima di trovare il primo reperto in Sardegna risalente al Paleolitico si pensava che in questo periodo la Sardegna fosse disabitata. Quando hanno trovato i primi reperti risalenti con certezza a quest’epoca, si è avuta la prova incontrovertibile della presenza dell’uomo anche in quest’epoca.

Ma poi se voglio dire qualcosa in più dovrò collegare questo dato ad altri, per ipotizzare ad esempio da dove son venuti, dove vivevano e tanto altro. E difficilmente potrò farlo in modo totalmente oggettivo e incontrovertibile.

Per interpretare i dati archeologici bisogna rinunciare a ogni certezza

e entrare nel campo della possibilità, della verosimiglianza, escludendo ciò che i dati permettono di escludere e tenendo solo ciò che è possibile, facendo ricadere la nostra scelta sul più verosimile.

Premetto che per me la scienza totalmente oggettiva è solo un’illusione partorita da chi scambia scienza con verità, e ha eletto la scienza a nuova religione del millennio.

Infatti anche quando parliamo di discipline scientifiche per eccellenza come la fisica, dobbiamo considerare che esistono errori nella raccolta dati. Inoltre le scelte strategiche e quindi soggettive nell’impostazione di ricerche e esperimenti, condizionano pesantemente i risultati e la loro interpretazione.

Basta il semplice buonsenso

quindi per affermare che la Scienza è solo un modo di indagare e descrivere quello che abbiamo intorno, ma non può essere considerato in nessun caso nè definitivo nè totalmente oggettivo. E questo non toglie proprio nulla alle discipline scientifiche e ai loro scopi.

Naturalmente il mio intento non è certo demolire l’archeologia come disciplina scientifica umanistica. Tutt’altro.

Io sono innamorata dell’archeologia e dei suoi metodi.

Altrimenti non avrei dedicato gli ultimi vent’anni della mia vita all’archeologia.

In questo momento storico (contestualizzare sempre), i metodi dell’archeologia sono i migliori metodi di cui disponiamo per lo studio dei resti delle civiltà del passato e per la ricostruzione della storia più remota.

È per questo motivo che da archeologa che ha scelto di dedicare una gran parte della propria attività professionale alla divulgazione, ritengo di fondamentale importanza spiegare alle persone come l’archeologia procede per elaborare ipotesi e spiegazioni.

Stimolando quindi nel pubblico non addetto ai lavori la capacità critica per distinguere un’ipotesi basata su dati archeologici reali da una basata su dati campati per aria o totalmente inventati.

Facendo capire loro l’importanza delle testimonianze materiali nella lettura delle civiltà antiche, da molti sottovalutata. Ma ricordando anche spesso che con le ipotesi e le interpretazioni possiamo arrivare solo fino a un certo punto.

Inevitabilmente le domande continueranno a essere più numerose delle risposte,

ma soprattutto le risposte non possono per definizione essere definitive. Scusate il gioco di parole!

E per esperienza personale maturata ormai con migliaia di persone vi posso assicurare che in questo modo l’archeologia finalmente inizia a essere apprezzata anche dai profani. Emerge in tutte le sue sfaccettature, in tutta la sua difficile realtà. Smette di essere qualcosa di incomprensibile e astratto, di cui diffidare in toto, o di cui accettare acriticamente le conclusioni solo perché “lo dice la scienza”.